giovedì 26 agosto 2010

Il forno a microonde

Facebook è spesso un forno a microonde. Un forno a microonde virtuale in cui si scongelano e si ammanniscono pensieri altrui, in assenza dei propri.

lunedì 23 agosto 2010

Il bon ton ai tempi di Facebook

Il galateo del web – la cosidetta Netiquette – dovrebbe essere ormai un patrimonio consolidato di tutti gli internauti (il condizionale è d’obbligo).
Ora provo a buttare giù qualche regoletta di bon ton per noi che frequentiamo la piazza virtuale di Facebook.
Avvertenza preliminare: so già che spesso non rispetto le regole che io stesso ho elencato (e temo che in futuro continuerò a non rispettarle). Diciamo allora che queste regolette rappresentano un quaderno di intenti. Una dichiarazione di buona volontà. Un mio punto di vista.


Andiamo a incominciare.
1)   Resistere alla tentazione di correggere pubblicamente gli strafalcioni altrui. Lo so, a volte è una tentazione irresistibile, ma questo significa uno sputtanamento plateale dell’autore. Dunque non è bon ton. Non si fa. Se proprio volete fare i pedanti ricorrete al servizio di posta interno a Fb e cercate di essere garbati. C’è solo un’eccezione a questo suggerimento: la correzione pubblica, sferzante e odiosa, può essere una buona strategia per liberarvi di un contatto di cui ne avete abbastanza, senza darvi la pena di cancellarlo. Lo farà lui.
2)   Non fare troppo gli “splendidi” sulle bacheche altrui. Vale a dire: evitate di tacchinare eccessivamente le signorine, di impegnarvi in lunghi botta&risposta, di parlare di fatti che al titolare della bacheca interessano poco o nulla. Per fare tutto questo esistono altri luoghi e altri strumenti. Anche in questo caso spesso il servizio di posta interna di Fb è prezioso.
3)   Usate il “tag” con discrezione: magari al taggato/a può seccare essere evidenziato/a in foto dove è venuto/a, oggettivamente, un cesso. Inoltre ci possono essere situazioni in cui il taggato si è lasciato andare per una sera, ma di cui magari si è già pentito il giorno dopo. In questo caso il tag, con l’effetto di amplificazione del ricordo che comporta, è solo un’inutile crudeltà. O una deliziosa forma di perfidia.
4)   Evitate gli ingressi a gamba tesa nelle bacheche altrui. Questa è una forma di maleducazione diffusissima su Fb. Più spesso è una mancanza di sensibilità. Esistono frasi, citazioni, ammiccamenti che chiaramente si rivolgono solo a uno o a pochi (io li chiamo i “messaggi di Radio Londra su Fb”). Di solito non ci vuole molto a individuarli e dunque dall’astenersi dai commenti.

Per ora mi fermo qui. Non so se aggiungerò altre regole. Insomma, ci penserò: anche perché rischio di predicare bene e razzolare male ;-).

sabato 21 agosto 2010

Dello scrivere / Un work in progress - Nuovo aggiornamento: Scrivere come scuola di (auto) discipina.


Scrivere è un piacere, ma è anche una grande scuola di disciplina. Una scuola di auto-disciplina. Scrivere ti abitua a non essere pigro. A trasformare riflessioni talvolta caotiche in un discorso coerente e che possa essere condivisibile.

Scrivere è dunque fatica. Scrivere è spesso frustrante. Tante volte hai in mente parole, frasi, concetti, immagini. Hai “tutto qui”. Ma quando poi metti nero su bianco il risultato ti appare deludente. E allora bisogna rifare, rifare e rifare.

Con umiltà e fatica. Talvolta capita (a volte mi capita) che la scrittura di getto funzioni, ma molte volte non è così. E quindi bisogna lavorare e sudare.

Chi, come me, scrive per mestiere credo sappia bene che cosa voglio dire.

E nella professione giornalistica, a rendere il tutto più complicato, c’è anche la variabile-tempo: sempre scarsa, sempre angosciante. E c'è la consapevolezza che - ti piaccia o no, ne abbia voglia o no - devi comunque realizzare la tua performance.

Insomma, io non credo al modello genio&sregolatezza per la scrittura. E lo scrivere essenziale, che per me rappresenta il modello perfetto, è un traguardo che si raggiunge con difficoltà e con esercizio.

Scrivere è un modo di presentare noi stessi al mondo. Per questo motivo mi sforzo sempre di non essere sciatto nella scrittura. E lo faccio in ogni occasione: se scrivo a un amico, se chatto, se scrivo una nota su Fb. Perfino quando mando un sms. Lo faccio perché mi sembra una forma di rispetto nei confronti di coloro ai quali mi rivolgo e anche perché è una forma di rispetto verso di me.

Ripeto: scrivere è una scuola di disciplina. E forse i maggiori maestri di questa scuola sono alcuni scrittori di grande presa sul pubblico. Ma di questo parleremo più avanti. (continua)

venerdì 20 agosto 2010

Spaghetti post dibattito letterario - Ricetta istantanea

Se torni a casa, in una calda sera d'estate, dopo uno stimolante dibattito letterario dedicato al mal d'amore, e hai un certo appetituccio (condiviso dalla tua mogliettina), che cosa fai?
Semplice, inventi una ricettina veloce veloce e sfiziosa.
Gli spaghetti post dibattito letterario.
Facili e gustosi.
Metto sul fuoco l'acqua per la pasta. Intanto in un tegamino faccio soffriggere uno spicchio d'aglio con olio extravergine, ci aggiungo tre o quattro filetti d'acciuga, una scatoletta di tonno sminuzzato, un pugnetto di capperi, sette/otto olive nere (denocciolate, mi raccomando!), un pizzico di origano, qualche goccia di salsa Tabasco.
Sfumo il tutto con del vino bianco.
Intanto l'acqua giunge a bollore: butto gli spaghetti e amalgamo la salsina con qualche cucchiaio d'acqua di cottura. Completo con abbondante prezzemolo tritato e una spolverata di pecorino.
Condisco con questo intingolo gli spaghetti scolati al dente e ci beviamo sopra un bel rosato di Marino, fresco di frigo.
Volete favorire?
(p. s. : scusate se il post appare scritto di volata: l'ho buttato giù intanto che gli spaghetti cuocevano)

La saga di Antoine Doinel - Un unicum nella storia del cinema


Cinque film nell'arco di quasi vent'anni (1959/1978), un solo regista, un solo attore, un solo personaggio: Antoine Doinel.

E' l'identikit di un'esperienza artistica e cinematografica assolutamente unica del suo genere, frutto del genio di Francois Truffaut.

Una saga di cui l'anno scorso si è celebrato il cinquantennale.

Doinel è l'alter ego di Truffaut, un personaggio attraverso il quale il regista racconta la sua difficile adolescenza, il suo contrastato rapporto con la madre, i suoi amori, la sua visione del mondo, della letteratura, dell'amicizia.

A intepretare Doinel è l'attore Jean Pierre Leaud che gli spettatori vedranno crescere e maturare nel corso della saga (nel primo film ha 14 anni, nell'ultimo ne avrà quasi 35).

Nel primo episodio della saga Doinel è quello che si definirebbe un adolescente difficile.

E non a caso il titolo è "Les 400 coups", ovvero "I 400 colpi", intraducibile espressione gergale che grosso modo significa "Il diavolo a quattro".

Nelle varie tappe della saga Doinel scopre il magico potere dell'arte, della musica, della letteratura e della parola, scopre l'amore e le donne, vive le sue delusioni sentimentali, si arruola volontario nell'esercito (da cui viene congedato con biasimo), si sposa, ha un figlio, divorzia, scrive un libro, passa attraverso mille lavori (portiere d'albergo, correttore di bozze, operaio in una fabbrica di dischi, detective privato, collaudatore di modelli navali), inizia una nuova storia di coppia....

Tutto un percorso di vita raccontato sullo schermo: il "ciclo Doinel" ripropone in forma cinematografica il genere del "romanzo di formazione".

E al personaggio di Doinel apportano via via emozioni e sfumature tanto il regista Truffaut che l'attore Leaud (i quali a loro volta danno vita a un sodalizio artistico e amicale che durerà tutta la breve vita del regista, che si spense ad appena 52 anni nel 1984).

Una saga tenera, commovente e coinvolgente, a tratti drammatica, spesso francamente comica, mai banale. Una grandissima pagina di storia del cinema.

Il ciclo Doinel è un unicum nella storia del cinema e tutti i titoli che lo compongono sono disponibili su Dvd:

Les 400 coups (1959)

Antoine et Colette (episodio del film "L'amore a vent'anni, 1962)

Baisers volés (1968)

Domicile Conjugal (1970)

L'amour en fuite (1978)

giovedì 19 agosto 2010

Interrogativi teologici in famiglia

L'altro giorno, mio figlio (undici anni a dicembre) mi fa:
"Papà quando è nata l'idea di Dio così come noi oggi la conosciamo?".
Non ho saputo rispondere, confiteor...

mercoledì 18 agosto 2010

La Rivoltella - Un'occasione sprecata


Nella prima metà degli anni Cinquanta la Iso Rivolta lancia un'innovativa minicar: la Isetta.
Il progetto è firmato da Ermenegildo Preti. E' un bell'esercizio di design: vi si accede da un'unica porta anteriore ed è tanto piccola che può essere parcheggiata perpendicolarmente al marciapiedi. Alla presentazione Preti e il patron Renzo Rivolta si divertono a stupire la stampa con un'auto uguale a nessun altra.
Ma l'Isetta ha due difetti: costa troppo (circa mezzo milione dell'epoca: a quel prezzo ti porti a casa una Topolino che è molto più "macchina") e non sembra un'automobile, ma un piccolo elicottero senza rotori (difetto gravissimo per gli italiani che consideravano e considerano l'auto come uno status symbol).
Risultato: in Italia l'Isetta è un fiasco.
La Iso Rivolta, allora, cede a mezzo mondo i diritti di fabbricazione e oltrefrontiera la vetturetta è un successo.
In Germania, fra l'altro, risolleva le fortune della Bmw.
Eppure anche in Italia la sorte di questa simpatica proto-Smart poteva essere diversa. Sarebbe bastato chiamarla in modo diverso. Pensàteci.
Era prodotta dalla Iso Rivolta, no? E allora perché non chiamarla RIVOLTELLA?
Poteva funzionare. Volete mettere l'effetto che fa - per un popolo che punta sull'apparenza - dire "Vado in giro con la Rivoltella", piuttosto che dire "Vado in giro con l'Isetta"?
E ancora: "Ho comprato la Rivoltella", "Vado a prendere la mia ragazza con la Rivoltella", "La Rivoltella si infila dappertutto", "La Rivoltella è l'ideale per la città". Tutto un altro effetto.
Rivoltella: un'occasione mancata.
Quasi da spararsi.

p.s. : questa lezione devono averla appresa, anni dopo, gli americani della Chevrolet e i giapponesi della Mitsubishi. Nascono così la Chevrolet Beretta e la Mistubishi Colt.

p.p.s. : questa, naturalmente, è solo una provocazione. Un esercizio di marketing demenziale.

martedì 17 agosto 2010

Motivazione versus demotivazione - Ossia: preferire una Fiat a una Ferrari


“Sono demotivato”, “il mio capo mi demotiva”: frasi che si sente ripetere spesso, sempre più spesso, in questi ultimi tempi.
Un risorsa motivata significa una risorsa di qualità, pronta a dare il meglio. Pronta a impegnarsi senza risparmio, creativa, portatrice di innovazione e di valore.
Quindi sembrerebbe ovvio che motivare le persone sia una scelta SEMPRE preferibile. Che si tratti di una scelta vantaggiosa.
Ma è proprio vero?
Forse no.
Una risorsa motivata significa una PERSONA CONSAPEVOLE DEL SUO VALORE. Una persona in grado di decidere e valutare autonomamente (e di assumersi le responsabilità delle sue decisioni e delle sue valutazioni).
Una persona che impone sfide audaci all’organizzazione per la quale lavora e a coloro che sono chiamati a dirigerla.
Siamo sicuri che oggi le strutture lavorative abbiano bisogno di queste risorse?
Forse no. Forse non sempre.
Forse oggi si preferisce disporre di risorse demotivate, meno creative, più deboli, dunque più ricattabili. E quindi anche più gestibili (nel breve termine, beninteso).
Il meccanismo SISTEMATICO della demotivazione è una strategia praticata più o meno consapevolmente in modo sempre più diffuso e pervasivo.
Una delle sue facce è il mobbing, un tema troppo ampio e drammatico perché si possa esaurire in questa breve nota (ma ne riparleremo).
Una risorsa umana motivata è come una Ferrari: auto dalle alte prestazioni, che trasmette forti emozioni. Che può garantire risultati, in termini di performance, fuori dal consueto. Ma una Ferrari occorre saperla pilotare. E, naturalmente, essere pronti a gestirne i maggiori costi.
Non tutti ne sono capaci. Non tutti sanno gestire 500 e passa cavalli, accelerazioni fulminee e prestazioni esaltanti.
Una Ferrari, a non saperla guidare, ti porta fuori strada (per tacer dei costi di gestione, ovviamente).
Una risorsa umana demotivata è invece come una Fiat: ti porta in giro onestamente, senza emozioni. Ha una gestione economica. Ci metti benzina, olio, fai i tagliandi e ci cammini.
Tutti (quasi tutti) sanno guidare una Fiat. E a bordo della loro Fiat percorrono, giorno dopo giorno, i loro percorsi quotidiani. Senza emozioni, ma anche senza sfide e senza incertezze.
Molti – forse - preferiscono risorse demotivate, per le stesse ragioni che inducono a preferire un’affidabile Fiat a un’emozionante Ferrari.
Preferiscono avere sotto il piede 70 tranquilli ed economici cavalli, piuttosto che 500 e passa cavalli da gestire impegnativamente.
Ferrari versus Fiat, insomma. Spesso la bilancia pende verso la Fiat.
Alla lunga – FORSE – è uno spreco. Ma a breve termine è pur sempre una strategia. Sicuramente furba, non so quanto intelligente.
(p. s. : forse ho usato troppo spesso l’avverbio “forse”. Forse è per non turbare gli spiriti troppo sensibili)

Ho incontrato John Lennon


Ho appena fatto un sogno che spero mi porti fortuna. Sono reduce da un appuntamento onirico con John Lennon e - per un beatle fan come me - è il massimo. Il ricordo è confuso, peccato. Di certo so solo che incontravo John in metropolitana e che alla fine dell'incontro scriveva qualcosa per me (forse una dedica?) in un grosso volume illustrato dedicato ai Beatles (in effetti nella mia biblioteca ci sono numerosi volumi sui Fab Four).
Particolare non secondario: tra le pagine del volume intravedevo una corposa dedica scritta da Monica.
Chi è Monica?
Semplice: è stata la mia ragazza per otto anni, tanto tempo fa.
Ci incontrammo quando conducevo a Radio Marte un programma dedicato ai Beatles, "Abbey Road". Era una fan anche lei.
E così, sulla spinta di un interesse comune, iniziammo a frequentarci e poi nacque una storia che mi ha accompagnato per un lungo periodo della mia vita e che è finita quando era giusto che finisse.
Insomma, ho sognato John Lennon, ma ho anche rivisto un pezzo del mio passato. Ed è stato tutto molto sereno.

lunedì 16 agosto 2010

Dello scrivere / Un work in progress - Nuovo aggiornamento: l'io narrante



Oggi si parla di scrivere per raccontare e dell’utilizzo dell’IO narrante: una scelta seducente, ma impegnativa. Raccontare le cose da una prospettiva soggettiva non è semplice: richiede una regia complessa dell’intreccio.
Nel campo della letteratura “di evasione” (definizione limitativa, come tutte le definizioni, del resto) ci sono almeno due autori che hanno utilizzato magistralmente l’io narrante: Peter Cheyney e Frederic Dard, entrambi celebri firme del romanzo poliziesco.
Il primo è il creatore dell’agente dell’Fbi Lemmy Caution, il secondo è l'inventore del Commissario San Antonio (personaggio nato come clone di Lemmy Caution, ma presto assurto a cifre di assoluta originalità, anche linguistica).
Un interessante uso dell’io narrante lo fa Roberto Perrone nel suo “Averti trovato ora” (Mondadori, 2008): reportage di una storia d’amore fra un calciatore di successo (ma atipico e forse improbabile) e un’affascinante quarantenne. Interessante, nel romanzo di Perrone, anche l’utilizzo di brani di email e di sms che consentono di variare la prospettiva del racconto, pur mantenendo l’io narrante.
Ci sono poi autori che riescono a passare dalla prima alla terza persona, ma occorrono virtuosismo e non comune tecnica narrativa. Alternare le prospettive del racconto può diventare allora vera e propria cifra stilistica. Ma è una partita che pochi riescono a giocare con scioltezza.

mercoledì 11 agosto 2010

Dello scrivere / Un work in progress


Da qualche giorno ho iniziato a fissare su Fb qualche mia idea in fatto di scrittura. Sono opinioni strettamente personali e non è detto che tutti debbano condividerle. Adesso mi diverto a collazionarle.

L'AGGIORNAMENTO DI OGGI - 12 agosto 2010 - E' QUESTO:
› Una semplificazione spesso inutile, è il ricorso alle parole straniere. Location, briefing, trendy, management, calling (e re-calling), mission (e - naturalmente - vision), input e via sciocchezzando: quando mi ci imbatto mi scappa spesso il "vaffa".
Ho la sensazione che usare parole straniere a sproposito sia un modo di mostrare quanto si è fighi e globali, ma spesso la sensazione è da discount di Casalpusterlengo. In questo caso è in svendita l'intelligenza. (p. s. : e non state a criticare se ho usato la parola "discount", in questo caso è appropriata. L'ho deciso IO).

E QUI CI SONO LE CONSIDERAZIONI DEI GIORNI SCORSI:
› In fatto di punteggiatura ho i miei gusti: amo il punto fermo, mi piacciono le virgole, ignoro il punto e virgola. il punto esclamativo è inutile e provinciale. Invidio gli amici spagnoli che mettono il punto interrogativo all'inizio e alla fine delle domande. E' un'intelligente semplificazione.
› Scrittura creativa: l'espressione non mi piace. La scrittura è sempre creativa. Anche il cronista nell'usare un aggettivo o un altro, nel costruire una frase, nello scegliere la punteggiatura, dà una sua interpretazione della realtà. E dunque la crea. O la ricrea.
› Puntini e virgolette per enfatizzare parole e concetti: un espediente dilettantesco. Sono come l'acne sul viso: deturpano e basta. Se poi, come talvolta accade, il viso è già brutto di suo, l'esito è disastroso.
› Lo strumento con cui si scrive è importante. Oggi molti riscoprono carta e penna. Personalmente preferisco sempre il computer. Ha un vantaggio: ti fa superare la paura del foglio bianco. Una paura insidiosa: si dice fu alla base del suicidio di Tommaso Besozzi, il giornalista che scoprì le incongruenze nella versione ufficiale della morte di Salvatore Giuliano.
› Aggettivi: uno strumento insidioso. Spesso sono superflui. Usarli goffamente è un rischio sempre in agguato. In pochissimi hanno fatto dell'aggettivazione sontuosa e fantasiosa una cifra stilistica degna. Ma bisogna essere D'Annunzio. O almeno Frédéric Dard.
› Le coordinate e le subordinate sono insidiosissime. Appesantiscono. Meglio frasi brevi. E' indispensabile nello stile giornalistico e va bene quasi sempre anche per altri tipi di scrittura. Bisogna solo stare attenti allo stile-telegramma. Ma del resto di Manzoni ce n'è uno solo. Il ramo del lago di Como, eccetera, eccetera lasciamolo a lui.
› Metafore e traslati vanno usati con cautela. Sono come le pistole cariche. Se si sanno usare si fa centro. Altrimenti ci si spara nei piedi. O peggio. (Work in progress - Continua)

Sono dalla parte di Giuda.


A volte sono dalla parte dell'Iscariota.

E' lui il vero agnello di Dio.
Deve rinnegare il suo Signore perché tutto si compia. Perché si compia un processo di redenzione. E' Giuda il nodo della vicenda.
Lo strumento della redenzione.
E poi finisce suicida dopo aver intascato i suoi trenta denari.
Giuda. Un personaggio tragico e umano.
Sto dalla parte di Giuda. Almeno oggi.